Roma metropoli della cultura

Una città come Roma può trarre ispirazione dai modelli del marketing culturale o dall’esperienza di altri grandi capitali europee, ma essendo unica sia per storia, sia per patrimonio, deve trovare una sua strategia peculiare per il rilancio dell’esistente, ma soprattutto per lo stimolo alla crescita e alla creatività.
di Maria Squarcione


La dimensione europea

«La cultura promuove la cittadinanza attiva, i valori comuni, l’inclusione e il dialogo interculturale all’interno dell’Europa e nel mondo. Avvicina le persone, compresi i nuovi rifugiati e gli altri migranti, e ci aiuta a sentirci parte di una collettività. Le industrie creative e della cultura hanno anche il potere di migliorare le esistenze, trasformare le comunità, generare posti di lavoro e crescita e creare effetti di ricaduta sugli altri settori economici». Così nel 2018 recitava la Nuova agenda europea per la cultura, rivolta a sollecitare l’azione culturale dei singoli Paesi dell’Unione e a “misurare” la «capacità culturale» delle singole città europee, un indicatore questo che rappresenta una sorta di principio-guida introdotto dalla Commissione in quella comunicazione: «si tratta di rendere disponibile una vasta gamma di attività culturali di qualità, promuovendo le opportunità per tutti di partecipare e creare, e rafforzare i legami tra cultura e istruzione, affari sociali, politiche urbane, ricerca e innovazione».  

Ma già nel 2013 l’Europa aveva elaborato il “Creative Europe Programme (2014 to 2020)” in base al quale le attività del settore culturale e creativo si fondano su valori culturali ed espressioni artistiche e creative, a prescindere dalla struttura dalla quale siano esercitate e dalla modalità di finanziamento o dal fatto che tali attività siano o meno orientate al mercato. Il documento inserisce tra le attività culturali e creative l’architettura, gli archivi, le biblioteche e i musei, l’artigianato artistico, l’audiovisivo (compresi film, televisione, videogiochi e multimedia), il patrimonio culturale materiale e immateriale, il design, i festival, la musica, la letteratura, le arti dello spettacolo, l’editoria, la radio e le arti visive, nonché funzioni correlate come l’istruzione e la gestione. 

D’altronde, questa prospettiva che sottrae definitivamente la dimensione culturale dall’ambito settoriale del ludico e del loisir, in favore dell’attribuzione ad essa di una capacità di incidere sulla globalità dei processi sociali che coinvolgono non solo il patrimonio, ma la tecnologia, la creatività, l’inclusione e la stabilità sociale, l’economia, la crescita personale e collettiva, era già chiaramente delineata anche a livello nazionale italiano. Ad esempio, durante la consiliatura di Ignazio Marino, nel 2015, la relazione annuale curata dall’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale, a proposito dello stato della cultura e del tempo libero a Roma, dichiarava che «il settore culturale capitolino rappresenta una risorsa strategica, non solo per il proprio valore e la capacità di generare ricchezza, ma anche per le sue positive ricadute sull’economia del territorio in termini di attivazione di flussi turistici aggiuntivi e, ancor di più, per le sue importanti esternalità positive in termini di identità culturale, di integrazione sociale, di rafforzamento del capitale umano e, più in generale, di costruzione del “capitale culturale”».

Le criticità

Oggi, l’Assessorato alla Crescita Culturale dell’attuale amministrazione capitolina, ha promosso un unico spazio web dedicato al riordino del «sistema culturale cittadino», con l’intenzione dichiarata, nel quadro dell’attuale grave crisi, «di sostenere la produzione culturale e la valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale al fine di renderlo sempre più accessibile alle persone»; l’attuale amministrazione tenta così di dare una risposta a quel diffuso «desiderio inespresso di cultura» che è emerso dall’indagine del 2019, pubblicata nel 2020, della già nominata Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale. Da questo monitoraggio che, a causa della tempistica, tiene solo parzialmente conto dello stravolgimento generato nel settore dalla calamità della pandemia da SARS-CoV-2 emerge una certa criticità riguardo la qualità percepita dell’offerta culturale e dei suoi servizi. Questa conclusione è confermata anche dal più recente documento Focus Cultura 2019 contenente monitoraggi e indagini sulle strutture e sulle manifestazioni culturali di Roma Capitale, sempre a cura della stessa Agenzia. In sostanza, si rileva che la domanda di offerta culturale a Roma non è completamente soddisfatta. C’è infatti una richiesta forte di prossimità dei servizi culturali (biblioteche, musei, teatri, palaexpo, arene, cinema, auditorium), dato questo che anticipa in gran parte le necessità emerse durante la pandemia e che si ispira a quel modello urbano sostenibile, “15-minutes City”, che comincia ad attecchire in alcune grandi città europee; si evince anche un altrettanto forte desiderio di agevolazioni economiche per la fruizione degli eventi culturali (mostre, spettacoli dal vivo, film al chiuso e all’aperto, visite ai parchi archeologici); infine, gli intervistati manifestano un’ imponente richiesta di uso delle biblioteche e dei servizi che favoriscono ed incentivano la lettura (caffè letterari, librerie) e una dichiarata necessità di formazione. A queste criticità sono collegate poi le questioni legate alla valutazione sostanzialmente negativa della qualità degli spazi utilizzati (igiene e decoro, chiarezza della segnaletica, scarsità di personale ecc…) e la difficoltà mostrata nei confronti dei servizi non culturali che fungono da supporto alla possibilità di fruizione degli stessi, come il disagio per il trasporto urbano e i suoi orari o per il raggiungimento dei luoghi anche con mezzi propri. Infine, ciò che da questa indagine sembra non funzionare affatto è il circuito della comunicazione, che appare debole e non capillare e che, di conseguenza, determina una difficile e carente informazione culturale.

Le proposte

Da questo sommario resoconto è possibile trarre qualche conclusione, che tenga però conto di una premessa, che almeno parzialmente è anche una pregiudiziale: e cioè che una città come Roma può trarre ispirazione dai modelli del marketing culturale o dall’esperienza di altri grandi capitali europee, ma che essendo unica sia per storia, sia per patrimonio, deve trovare una sua strategia peculiare per il rilancio dell’esistente, ma soprattutto per lo stimolo alla crescita e alla creatività. Deve cioè essere in grado di coniugare, così come indica la Commissione Europea quando si riferisce alla misurazione della “capacità culturale” delle città europee, non solo il “molto antico” con un “molto moderno” tutto da inventare per essere al passo con il Terzo Millennio, ma ha necessità che la sua classe dirigente elabori un modello che la renda appunto la “metropoli della cultura”, intendendo con questo che la centralità culturale diventi la sua connotazione distintiva e la renda riconoscibile nel mondo intero. Ha bisogno cioè che la sua vita culturale si intrecci con l’evoluzione gestionale e tecnologica dell’intera città, cioè con le sue politiche urbane.

Questo significa che, siccome la “cultura percepita” è soprattutto la “cultura fruita”, è possibile affermare che la “Roma metropoli della cultura” coincida con i suoi servizi culturali. Da questo discendono varie conseguenze, logiche e pratiche.

La prima è che bisogna favorire la dimensione della creatività: è necessario destinare luoghi all’aspetto creativo, dalle arti figurative a quelle letterarie – passando per la street art, dove è la città stessa palcoscenico artistico – dall’architettura al teatro, alla musica, alla danza, al fumetto; è imprescindibile che si diffonda la possibilità degli artisti di essere tali, decidendo se destinare a polo fisico della creatività uno o più quartieri della città (come ad esempio gli emergenti San Lorenzo o il Pigneto), sul modello di Cinecittà, polo del cinema, o favorire una diffusione capillare e “spontanea” dei creativi, per far nascere e prosperare una vera e propria economia dell’arte e dello spettacolo, che possa inoltre essere fulcro di attrazione internazionale, oltre che locale. L’originalità, la moltiplicazione e la diversificazione dell’offerta culturale dovrebbero fare da volano ad un’economia della creatività, che, va da sé, non può prosperare senza un’efficiente rete di collegamenti infrastrutturali, senza un solido orientamento telematico dei servizi e un’efficiente capacità di comunicazione di una realtà per sua natura mutevole e in continua evoluzione.

L’altra conseguenza che discende dal far coincidere la cultura con i suoi servizi è quella di venire incontro alle necessità emerse dalle indagini citate: i cittadini romani sentono di vivere immersi, in qualche modo, in una città che “trasuda” cultura, ma se ne sentono in parte esclusi, in parte impossibilitati a goderne, in parte addirittura ostacolati ed estranei. Da qui deriva, probabilmente, quel desiderio diffuso di prossimità dei servizi culturali, che non ha solo a che fare con la facilità di “accedere” ad un luogo, ma ha molto a che vedere con la possibilità di sentirlo “proprio”, facente parte del proprio territorio e della possibilità di visitarlo senza particolari difficoltà o faticose programmazioni, come in parte dimostra l’esperienza del teatro di Tor Bella Monaca. E probabilmente a questo aspetto è legato anche quel desiderio manifestato da molti di moltiplicazione di strutture destinate alla lettura e alla formazione.

È evidente che la familiarità con i luoghi destinati alla fruizione di cultura sono connessi agli orari di apertura, alla facilità di accesso (anche per via telematica), alla vicinanza, alla qualità e alla quantità dell’offerta, ma nel caso di questa città si tratta di ricostruire oltre alla dimensione infrastrutturale e al potenziamento dell’offerta originale, anche la fiducia che i cittadini, romani o stranieri, siano accolti e immersi in un humus culturale che è la vera unicità di Roma. 

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