E ora che succede?

Cosa ci aspettiamo ora che il Commissariamento è finito. Riflessioni dopo l’uscita dal Commissariamento della Sanità del Lazio.
di Elio Rosati (*)

Il Lazio da ieri non è più Commissariata nella Sanità dopo 12 anni di durissimi sacrifici per ripianare un buco miliardario frutto di stagioni politiche fallimentari. Il Commissariamento è istituto che prevede sostanzialmente il controllo da parte dello Stato sulle attività delle Regioni e comporta misure straordinarie e vincolanti come ad esempio il blocco del turn over (chi va in pensione non viene automaticamente rimpiazzato con nuovi ingressi), il controllo dei conti e delle spese, una sostanziale limitazione “politica” rappresentata dalle nomine di Commissari ad acta, Sub Commissari governativi, l’aumento della tassazione regionale per coprire il deficit monstre creato etc etc.

In sostanza l’operazione più rilevante riguarda la messa in ordine dei conti con tagli, riduzione del personale, limitazione nelle scelte politiche e organizzative che devono passare il vaglio del Governo rappresentato da Commissari e Sub Commissari. E quindi, senza girarci troppo intorno, la qualità del servizio, gli standard di qualità della sanità pubblica e azioni di investimento vengono necessariamente messe in secondo piano. Tale dato è palese.

Il livello di adeguatezza ai LEA

Dal punto di vista del livello di adeguatezza ai LEA (livelli essenziali di assistenza), che misurano quanto una Regione rispetti criteri nazionali stabiliti per le regioni sul fronte sanitario circa alcune prestazioni di “garanzia”, il Lazio ha visto aumentare il proprio punteggio in questi ultimi anni superando la sufficienza di 160 punti e viaggia oggi intorno ai 190 punti.

E’ evidente che via via che sono state “liberate” risorse per la sanità nel Lazio in questi lunghissimi 12 anni il punteggio LEA sia andato migliorando. Ma a che prezzo? Se dovessimo ragionare come un’azienda che deve produrre utili e portare i bilanci in attivo sicuramente l’operazione è tecnicamente riuscita.

Su questo dobbiamo tutti dare atto del lavoro svolto dalla Regione Lazio. Sarebbe scorretto non riconoscere che l’operazione economica sia stata di successo. Ma ribadiamo quanto già detto innumerevoli volte: la visione economicista della sanità ha evidenziato la sua inadeguatezza a dare risposte efficaci di salute.

Questa visione è propria di un modo di pensare alla salute come ad un’organizzazione complessa che si governa principalmente per bilanci e per prestazioni erogate. Dove la prestazione, tabellata “retribuita” con i DRG, più è alta e più conviene farla. E’ evidente dove ci porta questa logica e che impatto ha sull’organizzazione dei servizi sanitari (vedi il tanto decantato modello Lombardia che ha centrato tutto su prestazioni in strutture ospedaliere e “immigrazione” sanitaria fortissima per raccogliere denaro pubblico dalle prestazioni erogate in favore dei cittadini delle altre regioni…) e sulle cure per i cittadini.

Quindi se uno dovesse fare veramente un lavoro di misurazione della qualità del servizio sanitario regionale dovrebbe mettere al centro la prevenzione e non le prestazioni erogate (che sono elemento distorcente di questo sistema). E accanto alla prevenzione misurare la capacità del “servizio” sanitario regionale di fare rete tra livelli diversi (domicilio, territorio, distretto sanitario, ospedale, altri centri residenziali sociosanitari, hospice), tra competenze professionali sanitaria e sociali (integrazione socio sanitaria) e tra soggetti istituzionali diversi (Comuni, ASL, Enti Locali) e le organizzazioni civiche e le associazioni dei malati cronici e rari.

Ecco allora che ragionando su questo diverso approccio non possiamo dirci soddisfatti ancora. Il Commissariamento ha sostanzialmente e concretamente ridotto i posti letto negli ospedali pubblici; ha diminuito il numero di professionisti sanitari operanti nel pubblico; ha “desertificato” il territorio come luogo primario di prevenzione e cura concentrando in modo drammatico in alcuni periodi dell’anno (inverno con le influenze, estate con emergenza caldo e “abbandono” dei soggetti fragili) i Pronto Soccorso che sono diventati l’unico punto di accesso alla sanità pubblica essendo saltato di netto il passaggio e il filtro del territorio; ha pericolosamente innalzato i tempi di attesa alle visite ambulatoriali e specialistiche; ha aumentato il divario già esistente tra la realtà di Roma, iper dotata di strutture pubbliche, private accreditate e private, e le Province che hanno visto diminuire il numero dei posti letto, il numero del personale sanitario e quindi l’offerta di servizi sanitari; ha in pratica certificato la logica del “si salvi chi può” dove chi ha a disposizione risorse economiche per accedere lo ha fatto e chi non poteva “spendere” soldi per prestazioni sanitarie non si è curato adeguatamente aumentando quindi divario sociale e opportunità di salute.

Cosa ci aspettiamo ora che il Commissariamento è finito?

Una premessa è necessaria prima di rispondere, seppur in modo sintetico. Le Regioni hanno competenze rilevanti sulla organizzazione dei servizi sanitari e il bilancio delle stesse si compone per una percentuale vicina all’80% della voce Sanità. Con questi dati dovremo tutti fare i conti. Non siamo assolutamente ascrivibili al “partito delle spese folli” perché poi, in ultima analisi sono sempre i cittadini a pagare anche i deficit e non solo le mancate cure e/o la qualità o meno del servizio sanitario regionale. Ma qui è necessario iniziare a puntare decisamente su un approccio radicalmente diverso che ponga la prevenzione come elemento distintivo e caratterizzi l’azione di governo.

Un governo che deve arricchirsi del confronto costante, a tutti i livelli non solo regionale, dell’apporto, del contributo e della partecipazione attiva delle organizzazioni civiche e delle associazioni dei malati cronici e rari, che parta dai dati di salute della popolazione per costruire un servizio socio sanitario integrato con il contributo del mondo sanitario e degli Enti locali, troppo spesso marginali rispetto a questioni che impattano fortemente sulle persone nei territori.

E’ una sfida che riguarda tutti. Non solo l’attuale coalizione che governa la Regione Lazio. E nessuno può chiamarsi fuori.

(*) Coordinamento Tutti per Roma, Segretario Regionale Cittadinanzattiva Lazio

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